quei millantati millantatori…

Quando si parla di “stragi di Stato” termine che poco amo ma è quello comunemente usato per evidenziare una deviazione nelle istituzioni che ha contribuito a colpire il paese e la collettività tramite una strage, si parla di una verità che dopo tanti anni ancora è labile, tanto da aver ormai abituato la collettività alla rassegnazione verso i cosiddetti misteri italiani.

La verità e la menzogna sono generalmente gli strumenti di chi indaga e di chi fugge le indagini ma, nel caso delle stragi di Stato, occorre riflettere anche sulle parole “verosimilità” e “contromenzogna”, altrimenti rimane solo un esercizio tecnico giuridico privo della opportunità di comprendere quelle forme di linguaggio comunicativo in essere all’interno dei gangli dello Stato che inquinano le indagini e delegittimano i potenziali testimoni interni agli apparati dello stesso Stato o che in questi hanno lavorato.

Ieri, 4 gennaio 2021, la trasmissione Report ha affrontato un tema importante parlando della trattativa e delle presunte organizzazioni esterne alle mafie responsabili delle maggiori stragi italiane tra quelle siciliane e continentali fino agli anni novanta; i giornalisti hanno fatto il loro ottimo lavoro di informazione e la collettività ha avuto così l’opportunità di apprendere un quadro di insieme coerente su un pezzo di storia che ha fatto futuro e che condiziona ancora il nostro presente.

La verità sulle stragi non ha bisogno di un consenso o di tifosi che rinforzano una ipotesi contro un’altra, come purtroppo questo talvolta accade, bensì necessita dell’intelligenza degli addetti ai lavori e della collettività per riuscire a scindere il vero dal verosimile, il falso dalla verità e le menzogne dalle contromenzogne, perchè tutto questo è il percorso obbligato quando si attivano delle indagini sulle stragi di Stato i cui risultati assumono sempre un progressivo ribaltante e multiforme disegno di una verità raggiunta, mutando il ruolo degli attori e delle comparse o adombrando la presenza di un livello superiore regista di interessi occulti con il rischio di trasformarlo nel migliore degli alibi per tutti, oltre a dare spazio alle cosiddette ipotesi di complotto che sono altresì un ulteriore rifugio per buttare tutto in “millanteria”.

Fatti grandi quindi, o “gioco grande” come qualcuno lo ha definito, per descrivere tali eventi che certamente superano la misura di un singolo bravo investigatore, di una procura ordinaria o specializzata, di un giornalista investigativo e di chi a vario titolo ne è coinvolto, perchè la verità in tal senso la si riconosce solo tramite una attenta e progressiva analisi di un quadro ampio, per la quale dobbiamo lavorare tutti insieme perchè non potrà mai essere una sola persona o un solo ufficio a scoprirla.

Vorrei che quanto segue non fosse interpretato come il togliersi un sassolino dalle scarpe, perchè non è così e sarebbe fin troppo riduttivo rispetto al fatto che le scarpe in cui eventualmente trovare un sassolino non ci sono più e le gambe sono state spezzate, azzoppando la vita di chi ha creduto di fare il proprio dovere di militare di carriera e di cittadino, ritrovandosi oggetto depersonalizzato di un periodo storico lungo e doloroso e non più un soggetto parte della ordinaria collettività.

Le riflessioni che seguono non sono delle risposte a dei quesiti ma stimolano a somministrarci delle domande, prima fra le quale è quella che ormai rappresenta la mia storia, ovvero:….“e, se così, non fosse?”.

Riflessioni utili a comprendere il vissuto di chi ha denunciato, sia quando vestiva una uniforme che dopo ed in tempi non sospetti, una percezione di “deviazione” all’interno del proprio ambiente di lavoro, notiziando sia il proprio livello superiore che le autorità giudiziarie di quanto percepito e vissuto e, non, sbandierando una “dirimente scoperta”, ritrovandosi prima isolato poi sommerso di fango e quindi delegittimato non solo nella misura della propria testimonianza ma soprattutto tramite la de-personalizzazione professionale e sociale e, questo, avviene quando si muovono degli strumenti informativi con potere di influenza dello Stato, in mano a chi ne abusa.

Se è vero che all’interno dello Stato vi erano dei settori deviati e con un potere pari a quello ufficiale, significa che questo potere lo hanno usato per deviare, condizionare, inquinare le indagini e delegittimare i potenziali testimoni provenienti soprattutto dai vari corpi dello Stato ma, paradossalmente, non appena lo si ipotizza o lo si denuncia formalmente scatta quella terribile “difesa del proprio ufficio” mirata a tutelare il corpo ed il reparto o più semplicemente ricalca la diffusa mentalità del “farsi gli affari propri” adottata da fin troppi operatori dello Stato a tutela della serenità del proprio lavoro e del benessere dell’ufficio.

Se è vero che è esistita una trattativa, che operatori di polizia anche di elevatissimi livello e d’intelligence militare e democratica hanno tradito lo Stato, se è vero che addirittura dei colleghi hanno contribuito al massacro ed all’omicidio di altri colleghi, perchè non può essere vero il fatto che vi sono state altre forme di morte sociale in danno di chi è rimasto vivo ma ha subito sostanzialmente l’annullamento della propria vita sociale e lavorativa.

Quel che scrivo oggi mira quindi a rivalutare coloro che sono stati millantati di essere dei millantatori da parte di chi presumibilmente ha avuto tutto l’interesse a screditarne la credibilità utilizzando gli strumenti del proprio ufficio, rinforzati dal circuito istituzionale deviato al quale appartiene e forte anche della mentalità diffusa del “farsi gli affari propri”, viatico di una feroce apatia professionale che riduce le capacità operative di chi invece investe ogni sforzo nella ricerca della verità.

Se è vero quindi, che all’interno dello Stato vi erano e vi sono presumibilmente ancora, dei settori devianti e devianti di questa portata, significa che abbiamo superato la mera interpretazione del sostantivo complotto ma siamo ormai al complotto strutturato, elaborato, metabolizzato all’interno nel normale sistema perchè ha fatto nel corso di tanti anni un vivaio della propria tutela, coltivando le nuove leve con un gene deviante a tal punto che non c’è più bisogno di deviare tout court come un tempo ma questo avviene ora strutturalmente tramite lo sdoganamento di ciò che, proprio un tempo, avrebbe fatto suonare qualche campanello di allarme.

Ricordo bene l’espressione dell’ufficiale “I” che mi aveva contattato ed al quale manifestai negli anni ottanta i miei dubbi rispetto ad un evento del quale ero stato osservatore, un Capitano che aveva nello sguardo l’invito a farmi gli affari miei che evidentemente non ho colto, oppure ho una mentalità diversa ma da quel momento è cambiato il corso della mia carriera ed anche la vita di un giovane militare felice del proprio lavoro e delle prospettive di autonomia che questo offriva, meno di indipendenza perchè quando scegli di essere uno strumento dello Stato la tua capacità di singola autonomia cede comunque parte del suo valore alla dipendenza da un livello superiore gerarchico.

Non mi sono fatto gli affari miei e ne ho pagato delle conseguenze dolorose sia nell’immediato che negli anni successivi, con il paradossale ruolo di essere sostanzialmente cooptato nell’ambiente che di fatto denunciavo e, proprio questo, ha rappresentato un ostacolo di credibilità da un lato ed una opportunità di ricerca dall’altro perchè ero allo stesso tempo parte perimetrale ed “infiltrato” di un ambiente scisso al suo stesso interno in una divisione conflittuale di intenti e di interessi nel periodo storico del quale parlo, quello compreso tra il 1985 ed il 1995.

Se c’è un errore che ho compiuto è quello di aver rinunciato alla opportunità di un futuro sereno quando nel 1988, uscito da una terribile esperienza avrei potuto, e forse dovuto, costruirmi un futuro all’estero come fecero altri colleghi ed invece scelsi di combattere per la mia innocenza, la cui difesa si è trasformata nella peggiore delle condanne se troppi anni dopo sono ancora a scrivere di questi fatti.

Tra il 1985 ed il 1995 ho perimetrato quell’ambiente militare e paramilitare sospettato di aver generato delle deviazioni, tra la falange armata ed il resto delle bande di poliziotti, carabinieri e paracadutisti attivati per destabilizzare un territorio tramite delle azioni squisitamente criminali ma con una “psicologia induttiva” terroristica simile al concetto di destabilizzazione per stabilizzare ma ridotto alla misura di una regione rispetto a ciò che era avvenuto fino a pochi anni prima, ovvero le stragi di più ampio respiro nazionale.

Sul significato dell’espressione “perimetrato” tornerò con un futuro articolo, mentre ora vorrei solo invitare chi legge e capire che proprio quel ruolo “ambiguo” per il quale non ero più né carne né pesce, come si suol dire, mi ha consentito di circolare in un settore invece caratterizzato da un filtro di sicurezza elevato, diventando di fatto un “inflitrato” volontario che poi è stato usato ed abusato trasformandomi ora in un “millantatore” ora in un “sicuro e fidato collaboratore” mentre gli anni passavano durante i quali scelsi comunque di farmi una vita ed una professione del tutto estranea a quegli ambienti, come l’essere un educatore, professione che però ha subito gli schizzi del fango che ricevevo proprio nel momento in cui ho denunciato ciò che, solo in tempi più recenti, è parte di una ipotesi investigativa proceduta da più autorità giudiziarie.

Sarebbe fin troppo facile oggi strumentalizzare il flusso di queste ipotesi investigative per “rifarmi una verginità” come si usa dire, invece ciò che ho subito è stata una violenza, lo stupro del mio futuro di allora, non la scelta del meretricio dei vantaggi come altri colleghi hanno fatto, “facendosi gli affari propri” che equivale a tradire lo stesso anche se si crede di non farlo perchè materialmente non si pone in essere nulla ma, proprio quel nulla fatto, rappresenta la verginità del proprio ruolo ceduta al padrone, pari alla prostituzione dei vantaggi di carriera avallando un sistema marcio, forte anche di queste puttane.

Ieri, ascoltando Report, non ho avuto una impattante nuova opportunità di comprendere “chi ha fatto cosa e cosa ha fatto chi” nelle deviazioni che hanno supportato e forse maturato le stragi, ma il riconoscimento che ciò che ho denunciato tanti anni or sono non era frutto di quella “malattia mentale” che mi è stata attribuita e sulla quale si sono basate decine di informative inquinanti e diffamanti protese a ridurre una mia eventuale credibilità testimoniale.

Sono felice di ascoltare da parte di magistrati di spessore che la falange armata è oggi considerata essere stata una “operazione” come scrissi molti anni or sono in tempi non sospetti, tanto che fui contattato da chi poi su questa operazione scrisse un valido libro, mentre quando provai ad inserire la falange armata come strumento di prevalente influenza psicologica nei fatti degli anni ottanta che la generarono in parte dei quali fui coinvolto, fui trattato con la supponenza che di solito rappresenta quella arroganza di un ruolo non necessariamente meritato e raggiunto molto probabilmente per essere stati bravi a “farsi gli affari propri”.

Questo è infatti uno dei problemi che impediscono e rallentano le indagini, quello dei soggetti posti negli uffici operativi nei quali proiettano una mentalità inquinante la bontà del potenziale lavoro.

L’altro errore è inoltre la personalizzazione delle indagini, la quale distoglie l’attenzione dal più ampio quadro di insieme che deve restare il protagonista di una ricerca dal quale poi individuare le singole personalità coinvolte, non partire dal rendere protagonista ora un indagato ora un testimone ora un pentito, le cui qualità potranno o meno dare spessore alla ipotesi di un livello superiore se queste soddisfano i requisiti, i desiderata e talvolta la supponenza di chi li valuta.

Oggi, dopo gli stimoli in favore della collettività provenienti dalla trasmissione di Report che segue il lavoro di altri giornalisti investigativi, tutti noi possiamo riflettere sul significato di verità, tenendo ben presente che quando si parla di stragi di Stato la verità si trasforma in uno strumento e non più nel principale obiettivo.

Diventa infatti uno strumento estorsivo, una opportunità di carriera o più semplicemente una oggettuale identificazione per fuggire paradossalmente dallo spessore della verità stessa, andando per forza a creare complotti inesistenti ma utili a rinforzare il proprio ruolo.

Per quanto mi riguarda resto coerente con la mia storia, senza negare che ho la speranza di assistere un giorno alla rivalutazione del suo percorso togliendo quella fanghiglia giunta dai gangli deviati dello Stato, soprattutto per il sereno futuro della mia Famiglia e dei miei tanti figli.

Chi ha vissuto il tradimento dei propri colleghi non ha solo visto rompersi un incantesimo o vissuto una sofferenza limitata al perimetro del proprio lavoro, perchè questi colleghi con il proprio tradimento hanno contribuito alla morte fisica e sociale di altri colleghi di cittadini inermi ed al condizionamento politico del futuro di un paese, in danno della collettività.

Temo che se vogliamo realmente comprendere la verità del nostro Stato, dobbiamo necessariamente riformare gran parte delle sue istituzioni ed in particolar modo quelle amministrazioni della Difesa e di Polizia che nascondono al proprio interno i segreti che rinforzano poi la politica dei ricatti.

Altrimenti continueremo a rincorrere le singole pagine di una agenda rossa, i ricordi di qualche storico testimone e soprattutto le tracce di sangue di coloro uccisi ed ancora privi di Giustizia…

Fabio Piselli