il trauma delle sbarre innocenti…

Il nostro è quello strano paese nel quale la parola Giustizia non è sinonimo di legalità e di legge ma, fin troppo spesso, del solo rispetto della burocrazia giudiziaria e, per questa ragione, le persone si trasformano in dei meri annosi fascicoli giudiziari.

La legalità inoltre non è uno stile di vita, una regola sociale compresa e condivisa ma rappresenta una sorta di opzione in base alle opportunità del momento, trovando i cittadini essere psicologicamente passivi e partecipi alle malefatte della cattiva politica, quella della corruzione e degli amici degli amici oltre alla criminalità organizzata che ormai si è complementata a ciò che ruota intorno alla gestione della cosa pubblica.

Non fa quindi notizia un giovane arrestato ingiustamente, oppure accusato falsamente come non suscita una particolare indignazione l’arresto di un magistrato corrotto, magari lo stesso che ha firmato il mandato di cattura contro quel giovane innocente.

Al massimo stimola la curiosità di chi si appassiona ai misteri, specialmente se questi fatti ruotano intorno all’ambiente militare dei reparti più elitari, ai presunti servizi segreti deviati, agli ambienti dell’estrema destra in ambito militare, ad una strage oppure se vi è anche un qualche riferimento prurigginoso “che fa tutto molto pulp” direbbe un comico.

A volte la vita reale è molto più complicata di una rappresentazione cinematografica o teatrale, trovando i protagonisti costretti a recitare una parte per sopravvivere scoprendosi così capaci di riconoscere la vita vera e la verità del proprio vivere, del proprio essere e, soprattutto, di ciò che non si potrà mai più essere.

Una falsa accusa può capitare a tutti, di calunniatori è pieno il mondo, mentre se questa è invece generata all’interno degli apparati militari, di polizia e d’intelligence dello Stato si trasforma in uno strumento offensivo tramite l’abuso delle risorse del proprio ufficio, cosa diversa dal solo operatore di qualche polizia che abusa del proprio potere, come talvolta accade.

Viviamo paradossalmente in un paese segnato da innumerevoli depistaggi posti in essere da personale anche di elevato spessore operante nei settori militari, di polizia e di intelligence ma, quando poi si affronta una ipotesi del genere trasformandola in una denuncia, lo Stato si blinda dietro la difesa del proprio ufficio espressa da qualche operatore di queste stesse amministrazioni, scudando così anche i propri colleghi marci.

Un errore giudiziario può accadere ma è differente da un abuso investigativo, posto in essere da chi è cosciente di creare una falsa accusa con la forza degli strumenti giudiziari e di polizia giudiziaria, diversa dalla calunnia tout court bensì caratterizzata dal suo valore interdittivo contro la persona oggetto del seguito di una accusa falsa.

Seguito che può concretizzarsi in un arresto, nel sequestro dei beni, nella perdita dei requisiti per lavorare con lo Stato se questi appartiene o collabora con le istituzioni, oltre a tutte le complicanze sotto il profilo psico-emotivo nelle relazioni sociali ed intra-familiari a causa della natura delle false accuse e del loro contesto che possono aggravare non solo il pregiudizio ma anche la condanna sociale con il conseguente isolamento.

Paese in cui si può leggere un mandato di cattura contro un diciannovenne incensurato nella formula della custodia cautelare al fine di prevenire il pericolo di fuga e di inquinamento delle prove, a distanza di molto tempo dai presunti fatti originali. Tempo durante il quale avrebbe potuto, ma non ha mai inquinato le prove o tentato la fuga bensì serviva in armi lo stesso paese.

Paese in cui si può leggere nella informativa di polizia giudiziaria scritta da un carabiniere, la descrizione di questo diciannovenne come quella di un perditempo nella parola “nullafacente” senza aggiungere che, quel nullafacente, in realtà lavorava per lo Stato dai suoi sedici anni anagrafici come volontario dell’Esercito, prima alla Scuola Sottufficiali poi ai reparti paracadutisti ricevendo encomi e riconoscimenti della bontà delle proprie qualità morali che, quel “nullafacente”, distruggono in un sostantivo oggettuale.

Tonerò con un più dettagliato articolo su questo fatto, storico, perchè accaduto nel 1986-1988 ma ancora evidentemente attuale se ne parlo nel 2021.

Attuale perchè è complementare ad altre indagini storiche ancora aperte o riaperte che riguardano la morte di più persone.

Attuale perchè la sete di innocenza è tanta, non solo quella ormai riconosciuta ampiamente da chiunque abbia avuto quei fascicoli in mano ma anche quella che ristora i danni patiti, la quale richiede le giuste procedure giudiziarie ed i lunghissimi tempi che ne conseguono per giungere ad una effettiva sentenza che possa togliere ogni ulteriore possibilità di strumentalizzazione di quel feroce evento.

Attuale perchè rappresenta un trauma che, per quanto elaborato psicologicamente ed emotivamente, rimane una lacuna che non potrà mai essere compensata ne riempita ma solo accettata, una ferita aperta che ha solo smesso di sanguinare.

Una esperienza che certamente ti metti alle spalle ma, a causa dell’ambiente in cui i fatti sono accaduti, rischi di non poterla superare perchè delle altre indagini storiche sono ancora oggi aperte nelle quali sei un testimone e non ti permettono di chiudere il cerchio, anzi, rinnovano l’uso strumentale di quegli eventi da parte di chi, nello Stato, difende il marcio del proprio ufficio o di quegli interessi convergenti che caratterizzano lo stesso marcio.

La storia è quindi una risorsa indispensabile per comprendere sia i fatti che l’evoluzione delle persone, occorre perciò saperla leggere nella sua progressione e con una successiva analisi senza camuffarne la sintesi come invece spesso avviene.

Poi c’è lo specchio della sofferenza, quella che credi di poter gestire o di aver elaborato, ed è vero, hai superato il dolore e ne gestisci le escursioni che di tanto in tanto fanno capolino nei pensieri ma questo non significa che l’evento patito sia stato cancellato dalla propria psiche.

Non è solo un questione legata alla perdita della libertà personale, al vedersi incatenato a 19 anni di età, richiuso in una gabbia quando hai fatto dello sport all’aria aperto, dei lunghi viaggi e dell’azzurra immensità il tuo stile di vita, umiliato nella perdita della propria identità, vessato dalle botte dei carcerieri, abbandonato dai colleghi, dagli amici e dagli affetti e condannato ad un pregiudizio duro a morire.

Non è solo tutto questo che, paradossalmente, si elabora in fretta se si ha una buona coscienza di sè e degli altri da sè, se si comprendono le dinamiche ed i meccanismi psicologici di chiunque si trovi a vario titolo coinvolto in fatti del genere, accettando la gente per quello che è e cercando di non farsi cambiare, di non perdere quel se stessi conosciuto.

E’ soprattutto il profondo senso dell’ingiustizia che caratterizza questo paese, non solo le vicende personali, quella ingiustizia che persiste ad essere gestita da coloro i quali fanno di questo nostro paese il proprio strumento sia offensivo che difensivo per tutelare degli interessi che, con quelli della collettività, non hanno nulla in comune.

Il resto è solo psicologia nella espressione dei suoi meccanismi difensivi, quelli che chiunque abbia patito un trauma effrattivo nelle proprie emozioni ben conosce e non sempre riesce a controllare, oppure ad accettare di esserne ormai diventato preda.

Il senso di rivalsa personale e sociale guida i primissimi tempi, quelli appena la gabbia si apre, quelli della rabbia ma se sei intelligente questa scompare al primo tuffo in mare, al primo viaggio in moto, al primo lancio con il paracadute e soprattutto nel momento in cui puoi farti la barba senza dover chiamare “superiore” un perfetto sconosciuto che apre una cassetta fuori la gabbia per darti la lametta per il solo tempo necessario per raderti.

La rabbia scompare e rimane il vuoto, quello dei colleghi che non salutano più, quello degli amici che non sanno se salutarti, quello degli affetti che di fronte ad un futuro interrotto si sono dati delle altre possibilità ed anche quello della famiglia di origine che inevitabilmente è stata coinvolta in quei “fattacci” al cui interno possono esservi varie sensibilità ed intelligenze, non sempre coincidenti con il solo bisogno di un semplice abbraccio.

Partendo da questo ti rifai una vita, non semplice perchè le esperienze di questo tipo hanno sempre un seguito e soprattutto quelle che riguardano dei fatti più grandi del tuo ma nei quali sei coinvolto con il rischio di esserne accompagnato in modo parallelo alla tua stessa evoluzione, ma riesci a superare la sola identificazione nella vittima ed il vittimismo che ne consegue riprendendo appieno il possesso della tua psicologia, delle tue emozioni, scegliendo soprattutto di non essere una vittima e di non vittimizzarti.

Cresci, studi, ti formi, lavori con quello stesso Stato al cui interno vi sono i marci che certamente persegui “sfruttando” le possibilità dell’incarico ricevuto, iniziando una schermaglia di verità e di verosimilità che se da un lato offre una opportunità di totale innocenza dall’altro rischia di trasformarsi in una vera e propria condanna perchè ti vincola a lottare il marcio, quel fango ai cui schizzi non rimani immune.

Giungi a 53 anni anagrafici, una moglie amata ed eccezionale, quattro bambini meravigliosi ma ancora coinvolto nelle testimonianze contro chi la verità cerca di spingerla sempre più lontano, sperando nel tempo che passa, nell’oblio oppure nel cattivo metodo con il quale la collettività legge la storia, saltandone spesso degli importanti passaggi.

Il trauma non è quindi la perdita della libertà subita a 19 anni ma la consapevolezza che vivi in un paese in cui l’ingiustizia è una risorsa e non un fatto da prevenire, abbattere, risolvere.

Riconoscendo che quelle “sbarre innocenti” hanno una ampiezza maggiore di una gabbia guardata a vista, fanno parte di una società ormai assuefatta alle ingiustizie a tal punto da dover manifestare per ottenere una qualche giustizia contro i tanti depistaggi e gli inquinamenti delle indagini e delle potenziali prove, anche arrestando degli innocenti per delegittimarne il valore testimoniale, anche uccidendo delle potenziali fonti di notizie interne agli apparati dello Stato, anche strumentalizzando i vantaggi di carriera di chi comprende dove tira il vento e decide di essere solo una bandierina con l’alibi delle medaglie.

La libertà non è nulla se non si è capaci di essere liberi e, per esserlo, dobbiamo saper fare una scelta e non solo partecipare ad un movimento d’influenza ai vantaggi oppure a quella terribile dinamica della “difesa del proprio ufficio”.

Non sono un uomo libero che conosce il profondo valore della libertà perchè ho superato il trauma delle sbarre innocenti, ma per la ragione che mi ha permesso di comprendere che le sbarre siamo noi, in cui ci rinchiudiamo con le nostre paure, la nostra viltà, il nostro disonore morale, sociale ed anche emotivo, relazionale e sentimentale molto spesso.

Sono libero perchè ho superato la mia stessa prigionia, non solo una gabbia, le botte o la ferocia del pregiudizio.

Libero dalla paura di essere, dalla paura di amare, dalla paura di scegliere.

Libero di guardare mia moglie ed esserne fiero, perchè ci siamo scelti, libero di osservare i miei figli crescere senza modellarli a mia immagine e somiglianza ma apprezzando la loro individualità e guidandone l’evoluzione come Padre educatore e non come una sorta di addestratore di bambini da crescere iperdifesi nella “paura di”.

Libero anche di soffrire, scegliendo di accettare quei momenti in cui non sempre sono forte o sereno, ma che accolgo senza camuffarne le ragioni o proiettando sugli altri il mio malessere.

Malessere che dura poco in realtà, proprio perchè sono libero e non detenuto di una vita falsa, di ipocriti valori ispirativi o prigioniero di un sistema corrotto nello Stato che ha rinnegato se stesso nel quale le meritate medaglie di pochi illuminano anche la viltà dei tanti.

La libertà non è mai un trauma, se elaborata nella sua potente ingerenza nella vita delle persone, è molto difficile infatti sostenere il peso e la responsabilità della libertà che, quando la perdi, ne comprendi il senso e non perchè non puoi fare quel che facevi prima, ma per il motivo che puoi finalmente esprimere ciò che, prima, non capivi di essere…

F.