il Covid, la paura della povertà ed il terrore della miseria…

Ascoltare il disagio delle persone è parte del nostro lavoro ma quello che stiamo vivendo da circa un anno coinvolge tutti in egual misura, ove solo le caratteristiche e le risorse individuali e familiari possono fare la differenza di fronte alla paura della povertà ed al terrore della miseria, perchè questo è il timore prevalente.

Le misure adottate da parte del governo a contrasto della diffusione del virus incidono fortemente nella collettività, laddove siamo stati costretti a rimodulare l’organizzazione della giornata a tal punto da mutare uno stile di vita e non solo alcune abitudini, incontrando quelle difficoltà che credevamo di aver già superato.

Il benessere materiale non è solo riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena ma rappresenta quella certezza alla quale molti si sono radicati proprio come stile di vita a da cui basano le scelte, le relazioni, la serenità emotiva propria e dei familiari.

Salvo le categorie più garantite, per numerosi cittadini non vi è più l’opportunità di produrre guadagno e questo destabilizza le emozioni e le relazioni, non solo con sé stessi ma con gli altri e con la società in generale.

Le misure governative di compensazione possono al massimo prevenire la disperazione ma quando si vede progressivamente ridurre quel benessere faticosamente raggiunto consapevoli che non vi sono delle speranze di miglioramento a breve termine, il rischio di cadere in depressione o di vivere il terrore della miseria diventa concreto con tutte le sue complicanze psicoemotive.

La gente avverte il vincolo al sostegno sussidiario del governo come una sorta di strumento estorsivo del proprio futuro in assenza di una minima possibilità di riprendere il proprio lavoro, specialmente se autonomo e artigianale, anche se le difficoltà stesse hanno sviluppato altri metodi di commercio o di impresa utilizzando le risorse della rete per esempio, questo lo si vede nel settore dei servizi con il cosiddetto lavoro da casa.

La scuola è una importante voce nella economia del disagio che stiamo vivendo, tra classi in maschera e didattica a distanza che demotivano l’impegno dei bambini e riducono le possibilità di un apprendimento esteso alla serena socializzazione dei bambini, invece costretti a vedersi tramite una videoconferenza.

La miseria non è quindi solo esclusivamente materiale ma anche relazionale ed emotiva, tutto questo incide sulla psicologia, sui meccanismi difensivi dall’ansia e dalla paura di soffrire, perchè la riduzione del benessere è per molti una feroce sofferenza.

Gli ammortizzatori contro il covid, per chi li riceve, sono una boccata d’aria in uno stato di soffocamento, non ossigeno, ovvero si riesce a fare la spesa se vi sono i requisiti burocratici richiesti oppure si raschia il barile dei risparmi propri o delle famiglie di origine fino ad accettare i vari pacchi viveri sociali o del volontariato e, tutto questo, genera ansia e trasforma le persone in una fonte ansiogena per chi gli è vicino innescando le dinamiche delle reazioni nervose che aggravano uno stato di difficoltà, invece di individuare una opportunità di unione, di coesione e di reciproco sostegno.

Questa pandemia potrebbe offrirci l’opportunità di riscoprire il significato di empatia, di solidarietà vera, di riconoscimento di noi stessi negli altri da noi ed invece osserviamo una solidarietà sostanzialmente clanica e spesso strumentale, oppure la classica guerra tra poveri che spesso rinforza solo i terzi che ne traggono dei vantaggi.

Il covid è quindi una presenza psichica ingerente nella nostra vita, non solo una minaccia alla salute, ci pone a confronto con le nostre fragilità e debolezze, da quelle istituzionali a quelle personali, relazionali e soprattutto emotive.

Un genitore che non riesce più a garantire un pasto ai figli o a soddisfarne le minime esigenze, ove non ha un sostegno dalle famiglie di origine si ritrova costretto ad accedere al servizio sociale senza mai averlo fatto prima, al contrario, era fiero di essere distante dalle categorie della povertà più abituate a questo tipo di supporto ove non anche alla questua opportunistica in tal senso, avvertendo inoltre le reazioni del proprio orgoglio che spinge a non chiedere aiuto innescando i meccanismi della frustrazione con tutte le complicanze della intolleranza che incidono sulle relazioni in famiglia.

La pandemia non è perciò solo un virus ma una tortura psicoemotiva quotidiana, la cui fuga spinge ad entrare nei circuiti di sostegno meno regolati, dallo strozzinaggio di prossimità fino allo scambio della propria dignità contro un pezzo di pane.

Situazione che rappresenta una netta divisione tra le classi sociali e professionali nel nostro paese, tra lavoratori garantiti da uno stipendio statale ed altri costretti alla fila per il sostegno della cassa integrazione o altre formule di emergenza, fra imprenditori della furbizia e commercianti che chiudono le saracinesche perchè o non hanno ricevuto dei sussidi o non bastano nemmeno a pagare le spese vive.

La paura prevalente è quindi quella della povertà, non solo di infettarsi, il terrore è quello della misera e non solo di morire per il contagio.

Fonti di ansia terribili e fucine di disperazione che non tutti riescono a gestire e contenere, innescando una serie di pensieri catastrofici persistenti a tal punto da sostituire le belle emozioni che possiamo vivere comunque, anche in assenza di una garanzia di benessere ma questo richiede sia il carattere personale che una forte unione familiare.

Ogni difficoltà ci consente di riconoscerci nella sua soluzione, non nel problema, questo è ciò che possiamo consigliare come professionisti e come cittadini che vivono lo stesso disagio, soprattutto con quattro figli e con un lavoro autonomo.

Ricercare in noi stessi e nel confronto con chi si ama quelle risorse residue è una opportunità utile a migliorare il disagio o a resistere ad esso.

Noi, professionisti del confronto, possiamo al massimo rappresentare un polo di rinforzo e di stimolo per estrarre le proprie risorse ma ognuno deve poi saper fare la propria parte senza abbandonarsi al panico.

Siamo in guerra o in questa condizione ci dicono di essere e dobbiamo combattere anche con la resistenza, con la resilienza, con la consapevolezza del qui ed ora, mirando al futuro come un obiettivo che accompagna i nostri progressivi momenti e non come un traguardo, raggiunto il quale, riprendere a vivere, altrimenti rischiamo sul serio di vivere malati per morire sani…