il contenitore Gladio e le fuoriuscite illegali…

Il nostro è quello strano paese nel quale la possibilità di trovare una verità sulle stragi e sugli omicidi che ne hanno caratterizzato l’evoluzione democratica, la trovi per caso dietro una intercapedine di cartongesso, tra manine e manone che fanno ritrovare il memoriale di Moro in un anno, il 1990, che rappresenta una svolta che concretizza un conflitto in essere all’interno dei servizi segreti già dal 1985 ed iniziato dopo l’affaire Moro nel 1978, la strage della stazione di Bologna del 1980 e lo scandalo della P2 con il suo scioglimento nel 1982 che vide i vertici dei servizi segreti al servizio di altri vertici e non dello Stato democratico.

Siamo nel 2021 ma ancora rincorriamo ogni presunto brandello di conoscenza sopravvissuto alle esplosioni, ai morti ammazzati, ai dimenticati, agli in-giustiziati che possa permetterci di capire, conoscere e riconoscere la storia più brutta del nostro strano paese, storia che ha fatto futuro purtroppo.

Sono e resto un cretinotto qualsiasi che ha vissuto un pezzo di questa storia da una posizione anomala ed allo stesso tempo polivalente, ma sin da quando ho iniziato ad analizzare la mia storia personale riferita al periodo della mia strana carriera militare ed a quanto vissuto successivamente, ho compreso che almeno a partire dal sequestro di Aldo Moro proprio il tema Gladio ha avuto il ruolo di protagonista della successiva progressione degli eventi stragisti fino alle bombe del 1992 e del 1993, quelle delle stragi siciliane e continentali.

Sono convinto che i segreti di Gladio, non tanto della rete Stay Behind nella quale la Gladio italiana era parte, abbiano rappresentato l’oggetto da salvare, tutelare, gestire e non i soggetti rapiti ed uccisi, come Moro, o lasciati massacrare come Falcone e Borsellino e con loro tutti gli operatori delle scorte da via Fani alla Sicilia ed anche chi negli anni successivi è stato ammazzato.

I segreti di Gladio che, paradossalmente, sembrano emergere solo pochi giorni dopo il ritrovamento del “nuovo” memoriale di Moro in via montenevoso avvenuto il 9 ottobre 1990, quando Andreotti ne denuncia l’esistenza senza apparentemente dare il tempo a nessuno di mettere il sedere a paratia il 24 ottobre 1990.

In realtà Andreotti non era così impulsivo e la scelta di rendere pubblica la Gladio italiana in particolare era stata presumibilmente gestita prima del ritrovamento del nuovo memoriale, a lui certamente non sconosciuto atteso che fu tra i primi a ricevere il precedente memoriale originale o parte di esso sequestrato nella stessa casa di via montenevoso nel 1978, quando i carabinieri di Dalla Chiesa ne presero possesso e già da quel momento vi fu una gestione politica del suo contenuto e, forse, anche pidduista atteso che almeno uno degli ufficiali dei carabinieri del gruppo Dalla Chiesa era iscritto alla P2.

Ascoltare le deposizioni dei brigatisti che materialmente formarono le cartelle di quel memoriale, tra le fonoregistrazioni degli interrogatori di Moro e le loro trascrizioni, tra chi aveva compreso l’importanza di quanto Moro stava dicendo riferendosi proprio alla Gladio italiana e chi invece non ne colse il senso, resta uno dei misteri italiani che ci porteremo dietro ancora a lungo e probabilmente non li scopriremo più se non con dei successivi brandelli.

Nel corso di poco più di dieci anni tra il 1978 ed il 1990 era cambiato il mondo, non c’era più la guerra fredda ed i blocchi contrapposti e tutto quello che precedentemente rappresentava un interesse strategico nazionale ed internazionale si era trasformato in uno strumento di ricatto utile a costruire la nuova Italia, sulla pelle degli uccisi.

Lo stesso periodo che mi ha visto passare dalla prima comunione alla ricerca della verità per quanto mi era accaduto nel corso della mia carriera militare e, in particolare, per i fatti del 1986 sui quali scriverò un più dettagliato articolo.

Quanto segue è certamente la descrizione della mia percezione, di quanto ho potuto comprendere allora e di ciò che ho elaborato successivamente, ovvero il risultato di un vissuto e non di un sentito dire o raccontato da terzi, specialmente laddove questo vissuto mi è stato chiesto di esporlo avanti più autorità giudiziarie che nel corso degli anni mi hanno convocato, tra interrogatori formali, colloqui investigativi segreti e consulenze.

Leggo il mio nome nei libri che parlano di falange armata e di Gladio ed allora ritengo corretto offrire il mio confronto, che tale rimane, un mero confronto e non una verità, di ciò che è accaduto nel periodo compreso tra il 1985 ed il 1995 secondo la mia percezione, durante il quale di morti ve ne sono stati tanti.

Inizio col dire che non sono mai stato un operatore dei servizi segreti o di Gladio, non ho mai avuto un incorporamento al RUD o al SISMI ed allora perchè il mio nome circola nelle carte che riguardano questi organismi sin dai primi anni 90, carte sul cui contenuto aprirò un successivo capitolo quando spiegherò la scelta del “meglio scemo che morto”.

Mi sono arruolato che non avevo ancora compiuto 17 anni anagrafici, uniformando così la mia età a quella di tutti i miei colleghi in armi; armi ed esplosivi che io stesso maneggiavo sin da quando non avevo l’età per guidare una macchina o per votare e, questo, è un passaggio importante da tenere a mente per capire l’interpretazione di Fabio Piselli da parte di coloro con cui mi sono interfacciato sin dal 1985, dagli americani degli uffici militari dell’ambasciata di Roma e delle basi di Camp Darby e di Vicenza fino agli stessi colleghi della Folgore e dei Carabinieri.

Oggi mi avvio ai 53 anni, sono sposato ed ho quattro figli ma ancora sono coinvolto nei trentasei anni trascorsi da quando ho vestito l’uniforme, poi dismessa qualche anno dopo ma sono sempre rimasto nel perimetro di quegli ambienti, posizione “ambigua” perchè è passata da settantasette giorni di ingiusta prigionia in un carcere nel 1988, nel quale mi fecero visita degli uomini dei servizi e questo lo misi a verbale ben prima che si scoprisse l’esistenza del cosiddetto protocollo farfalla, fino alle consulenze prestate alle varie polizie giudiziarie terminate nel 2007 ed a quanto accaduto nel frattempo.

Il nostro è quello strano paese nel quale gli “in-giustiziati” sono coloro che cercano una verità per una ingiustizia subita ma non hanno i requisiti per pretenderla, diversamente dalle vittime innocenti o dai loro familiari superstiti, come chi è morto in una strage o è stato assassinato.

Sono quindi un “in-giustiziato” che cerca la verità da troppi anni e che proprio la ricerca della mia innocenza si è trasformata nella peggiore condanna, nei trentasei anni trascorsi e nella lotta con chi ancora persiste nell’interdire questa ricerca, anche colpendo i miei figli, come accaduto a Matilde che ha riportato un danno assonale al corpo calloso del cervello a causa di uno sconosciuto che stava monitorando casa nostra, il quale se l’è trovata davanti e fuggendo l’ha spinta facendole battere la testa con violenza dopo averla colpita al volto.

Non ho i requisiti per pretendere una Giustizia pura perchè ho presumibilmente partecipato a quanto avvenuto in quegli anni bui laddove sono stato cooptato all’interno di un circuito sotto-integrato a quello ufficiale, sia dei servizi che delle polizie che tra il 1985 ed il 1995 hanno sostanzialmente visto una guerra intestina nei loro gangli e, questa guerra, ha costretto alcuni ad avvalersi di collaboratori esterni diversi dai classici esterni noti al servizio, ovvero di personale qualificato così cooptato ma in modo del tutto clandestino ed illegale, ed io ero tra questi.

Debbo dire che come gli altri “ragazzi d’avventura” e tra poco spiegherò il significato di questo termine, siamo stati coinvolti in un ambiente già esistente ma caratterizzato dalla assoluta invisibilità cartolare, ovvero non ci siamo alzati una mattina con la frustrazione di giocare agli zerozerobeppe ma siamo stati contattati ed “arruolati” da dei soggetti che ci hanno offerto tutte le garanzie istituzionali del loro impiego all’interno dei corpi dello Stato, nei loro uffici con le bandiere e nei colori di istituto, non al bar dello sport o sottoposti a qualche contratto di un “progetto meraviglioso” tra un caffè ed un cordiale al circolo della caserma.

Parlo di una guerra intestina nei servizi e nella politica ai quali questi riferivano non per istituto ma per correnti ed interessi che ha formato una netta divisione di intenti e di obiettivi, nel mezzo di un processo di cambiamento generazionale tra i quadri anziani provenienti dal periodo fascista, i quadri intermedi arruolatisi tra gli anni 50 e 60 ma già negli anni ottanta con l’esperienza idonea per sostituirli negli incarichi di comando ed il personale ufficiale e sottufficiale oltre agli operatori entrati in carriera dalla metà degli anni settanta e primi anni ottanta, ovvero coloro i quali la mia età era uniformata nonostante avessero cinque dieci o quindici anni più di me.

Soggetti che prima di entrare al SISMI erano in Folgore e che ho conosciuto come dei sottufficiali miei istruttori o conoscenti oppure come dei colleghi del mio stesso periodo di carriera poi transitati ai servizi segreti.

Una sottorete di un sottosistema integrato a quello ufficiale, che operava quindi non per lo Stato come credevamo ma per i singoli funzionari con cui, singolarmente, ci interfacciavamo e che come ho detto offrivano tutte le garanzie di ufficialità donandoci l’illusione di lavorare per quello Stato nel quale eravamo arruolati fino a poco prima od in cui ancora operavamo.

Il rapporto di fiducia, diverso da una relazione fiduciaria, era alla base di tutto questo, quello tra il singolo operatore ed il suo livello superiore, un rapporto 1:1 esteso al massimo al sottordine del funzionario di riferimento.

I “ragazzi di avventura” in tal senso non erano degli utili idioti da manipolare o dei vuoti a perdere, ma dei soggetti che per le esperienze vissute hanno saputo offrire quelle garanzie di affidabilità richieste da chi aveva interesse ad avvalersi della loro capacità, a lungo termine e non per una singola estemporanea operazione.

Ecco perchè il mio nome lo si incontra progressivamente nel corso di tanti anni all’interno di più carte giudiziarie e la scelta di accettare di passare per scemo mi ha consentito non solo di sopravvivere, seppur difficilmente, ma di continuare quella ricerca della verità che ha dato in alcuni suoi risultati finalmente lo spunto per comprendere un quadro di insieme invece ignoto o solo ipotizzato da parte di chi ha avuto il coraggio di superare il pregiudizio e di ascoltarmi, consapevole che stavo rischiando una accusa di concorso in strage e non era quindi un caffè tra amici ciarlanti.

Nel rispetto del segreto investigativo al quale sono vincolato scrivo oggi solo ciò che è noto o che emergerà a breve da qualche trasmissione, riferendomi a quelle strutture interne ai servizi composte da soggetti sospettati di aver gestito l’operazione falange armata, un gruppo di persone qualificato al quale sono stato assimilato ma non ne facevo parte.

Come ho detto non ho mai fatto parte del SISMI o di Gladio ma di un nucleo di persone che operavano in una sottorete gestita da chi proveniva da quelle strutture, in conflitto con chi tra i suoi colleghi ne aveva creata un’altra del tutto simile e talvolta “specchio” di quella ufficiale, proprio a causa di una sorta di scissione all’interno di quell’ambiente avvenuta tra il 1985 ed il 1995, gli anni bui della nostra recente storia.

Coloro inseriti in queste sottoreti hanno sostanzialmente rappresentato i soldati in guerra di un conflitto tra ricchi, ovvero tra chi era comodamente protetto dal proprio ufficio istituzionale di elevato livello, da dove insieme ai politici trattava il futuro delle alleanze e con questo, la vita e la morte e la libertà delle persone, perchè di questo si parla.

Eravamo noi gli uomini sul campo, sia coloro regolarmente parte di un corpo dello Stato tra servizi, carabinieri e polizia ed i ragazzi di avventura al servizio di chi li aveva attivati per combattere i propri colleghi invece protesi ad una alleanza pari ad un tradimento, quella con la mafia che diversamente dagli anni precedenti non era più una collusione, una commistione o un mercato dei voti ma si era trasformata in una nuova era politica, nella quale la storica destra con mire eversive, diversa da chi aveva simpatie destrorse, aveva mutato il proprio progetto di destabilizzazione cellularizzando il paese in piccole autonomie, prima, da condizionare con dei colpetti o delle bande di Stato, da compattare poi in una stabilizzazione di alleanze, ricostruendo il grappolo in modo forte e nel quale le massomafie si sono inserite nello Stato, diventandone parte.

Progetto che non è stato terminato e che ha trovato la sua mediazione nella nuova era politica del 1994, la quale ha spento le micce e riposto le armi, disattivato le bande ed eliminato le smagliature, salvo eliminare qualche memoria che rappresentava una intelligenza pericolosa, uccidendola in Somalia oppure massacrandola sugli scogli ed infangandone il nome con l’uso del pregiudizio.

Personalmente mi sono chiesto più volte per chi stessi lavorando e, come me, lo stesso quesito se lo erano fatto anche altri che sono stati meno fortunati e non hanno nemmeno avuto la possibilità di scegliere di passare per scemo.

Nella mia domanda ho però cercato di introdurre una risposta veicolandola nelle informative, nelle denunce e negli esposti che ho firmato sin dalla fine degli anni ottanta, anche assemblandoli in modo poco ortodosso ma depositati a futura memoria e che ora quelli che si sono riusciti a trovare possono offrire un precedente di verità in tempi non sospetti, ovvero in un periodo nel quale nulla potevo conoscere rispetto a quanto oggi invece emerso e perciò genuino almeno nei motivi della sua analisi.

Il nostro è quello strano paese nel quale, ancora oggi, un caffè tra vecchi colleghi ci vede sorridenti ma con una mano in tasca pronta a colpire perchè non sappiamo ancora da che parte stavamo, ma consapevoli di aver scelto di non stare da nessuna delle parti che trattavano anche attraverso la nostra cooptazione.

Meglio scemo che morto quindi, ma la morte sociale che ho patito la pago ancora e con me la mia Famiglia.

Non ho segreti e non sono ricattabile, questa è la mia forza, allo stesso modo delle conoscenze che si limitano alla percezione del mio vissuto pari alla sua misura, il resto è solo una analisi successiva che naturalmente potrei anche raccontarmi e, per questo, ho fiducia in chi indaga perchè solo delle indagini serie, approfondite e certamente serene potranno offrire alla collettività l’opportunità di elaborare un periodo storico terribile e di svincolarsi dal ricatto dei segreti ed allo stesso tempo donare ai sopravvissuti degli anni bui un futuro più sereno.

Ma purtroppo è difficile parlare di serenità nelle indagini che riguardano ancora i segreti del contenitore Gladio, perchè portano lontano, con il rischio di riscrivere la storia politica ed anche giudiziaria di questo nostro strano paese.

Non conto nulla e come tale ho vissuto e vivo la mia vita, umile ma ricca della mia Famiglia.

Andare a cercare le verità delle stragi nella trattativa ufficiale o negli OSSI\GOS ufficialmente conosciuti oppure nelle memorie de relato di qualche pentito di Stato è un esercizio procedurale obbligato dagli strumenti di Giustizia e dagli interessi giornalistici, ma occorre a mio umile avviso una verità politica che possa porre in discussione la propria genesi, altrimenti resteranno sempre degli spazi vuoti con il rischio che siano ancora una volta un contenitore di fuoriuscite pericolose.

E’ la politica che può cambiare il corso dei segreti storici, interrompendone il valore estorsivo e manipolatorio e permettendo alla collettività ed ai diretti protagonisti di elaborare i traumi delle stragi e della morte dei propri cari, offrendo anche quello spessore di trasparenza politica di cui abbiamo bisogno.

Fino a quando faremo il doveroso errore di procedere per singolo fatto reato, eventualmente esteso a quelli associativi, oppure sperare nella scafatezza professionale di validi poliziotti e magistrati che hanno imparato a mettere insieme più indagini tutelandole contro i depistaggi di Stato, potremo al massimo raggiungere delle certezze rispetto al marcio che esisteva nello Stato ma, non, la certezza che non esista più.

E’ importante oggi più che mai che sia la politica a fare i processi allo Stato, togliendo il segreto ai segreti che partendo da Moro, inteso sia come sequestro che come presunto lodo, e giungendo fino alle stragi siciliane e continentali del 92-93 ci consenta di liberarci dal peso di una ingerenza massomafiosa che dalla P2 ha raccolto le ceneri e dato nuova vita al marcio che inquina il paese.

Gente come me è solo un granello di polvere che ha dato fastidio ad un ingranaggio, niente di risolutivo ma solo da spazzare via ed il fatto che sono ancora vivo è dipeso solo dalla scelta di chi ha voluto mantenermi tale, ma uccidendomi socialmente forte del potere del proprio ufficio.

Si parla di morti ammazzati, ragazzi giovani con la propria moglie incinta, ragazzi sciolti nell’acido, uomini massacrati a coltellate ed a colpi di pietra, italiani e non pedine di un fanatismo da terzo mondo.

Uomini, che avevano fatto un giuramento di fedeltà allo Stato inteso come collettività e si sono ritrovati a temere di fidarsi del proprio livello superiore e dei propri colleghi.

Colleghi tra i quali degli assassini, dei collusi con la mafia, degli eversori ideologici e fanatici che hanno fatto carriera e continuato a lavorare nello Stato e non per lo Stato, proteggendo i propri interessi e quelli di appartenenza, non quelli della collettività.

C’è stata gente che dalla Folgore è transitata ai servizi che si è trovata a pranzo con dei mafiosi responsabili di una strage, senza sapere se stava facendo il proprio lavoro di intelligence anche sporcandosi le scarpe nell’incontrarsi con la controparte, oppure se stava invece supportando una alleanza tra la politica e la mafia e non tra lo Stato e la mafia.

Perchè lo Stato era ed è cosa diversa dalla politica dei politici, formato da gente che ha dato la vita per tutelarne l’integrità, ecco perchè non amo il termine Stato-mafia.

Perchè dello Stato ho fatto parte anche io, e non ho mai tradito…

Fabio Piselli

Aracà 2 gennaio 2021