due parole sul trauma della gabbia del Covid…

Abbiamo trascorso un anno vincolati alle ordinanze governative che hanno regolato la nostra libertà di movimento, di relazione, di socialità ed anche di scelta laddove il confronto con qualcosa di così grande come la minaccia di una pandemia ci ha fatto sentire tutti dei piccoli topolini vulnerabili e talvolta anche topi di laboratorio.

Una vera e propria destabilizzazione del nostro stile di vita, delle abitudini consolidate, della organizzazione delle giornate e delle relazioni fino alla imposizione di confrontarci finalmente con noi stessi e con le nostre paure, stimolati dalla peggiore delle quali, come la morte, che ci hanno sbattuto in faccia ogni giorno tra le statistiche dei numeri e le immagini dei telegiornali.

Molti di noi si sono ribellati alla paura, altri ai divieti ed altri ancora alla stessa pandemia, esprimendo ognuno il proprio ideale, il proprio pensiero, le proprie certezze ma invece di trovare accoglienza e confronto ci siamo di nuovo specchiati nelle divisioni e nei contrasti tra chi definisce “covidioti” coloro che si imbavagliano e chi grida all’untore chi invece non accetta maschere di sorta.

Potremmo oggi, ultimo giorno di un 2020 pesante, alleggerirci dal peso del trauma che inevitabilmente influenza le speranze del 2021 e cercare di elaborarlo riflettendo sul significato della libertà contro la sensazione di prigionia che proviamo perchè impediti anche solo di trascorrere qualche ora insieme per festeggiare il nuovo anno.

Chiediamoci perciò di che cosa siamo prigionieri, se di un divieto imposto dall’alto oppure dal fatto che non siamo più padroni delle nostre gabbie, quelle in cui giriamo in tondo in spazi larghi tanto da credere di essere liberi e vantandoci di avere le sbarre dorate contro chi invece gratta la ruggine; oppure siamo realmente rinchiusi nelle nostre stesse paure dalle quali è difficile evadere e che rappresentano lo strumento migliore per stabilizzare una intera società, pronta ad accettare il male minore contro lo spettro di una maggiore minaccia.

Domandiamoci anche che cosa intendiamo quando pretendiamo quella libertà che tanto diciamo di difendere, spesso con dei meri gesti simbolici ed autoreferenziali e, più raramente, con il significato della libertà stessa che è quello collettivo, perchè un topo libero che gira tra quelli in gabbia è prigioniero di una vuota libertà, quasi un kapò di se stesso.

Elaborare le paure richiede la capacità di porsi in discussione e di porre in discussione ciò che giunge dall’alto in modo più terrestre che spirituale, come i divieti e le regole governative, di un potere politico quindi e non di un dogma inteso come fede  ed oggi anche come un dogma centrale di tipo biologico.

La pandemia è politica quindi, ove le regole adottate per il suo contrasto sono delegate a chi fa le regole che noi stessi abbiamo delegato affidandoci ad essi ed alla loro capacità di fare politica, di amministrare la cosa pubblica e che adesso si ritrovano a gestire anche le nostre emozioni, prima tra le quali proprio la paura.

Il nostro è uno strano paese che raramente risponde compatto e che ha nella cosa pubblica la propria vulnerabilità, a tal punto da rappresentare un viatico di corruzione, favoritismi e opportunismi in danno della collettività salvo rare eccezioni.

E’ tempo di contare su di noi, di riprendere in mano la nostra vita senza ribellioni inutili e senza nemmeno disobbedire ad una ordinanza, basta riconoscere il valore della libertà come una emozione primaria della quale non possiamo fare a meno per essere delle persone libere, individualmente e collettivamente.

Possiamo riflettere su un 2020 che ci ha visto appecoronati da un lato e lupi di lana dall’altro, per filtrare il vero coraggio della libertà contro il mero ululato alle pecore che, come tali, non ne comprendono il valore.

Possiamo così affrontare il 2021 liberi dalla paura della libertà come una responsabilità troppo grande da gestire e, per questo, preferiamo giocare ai ribelli vestendoci da Sandokan mentre foraggiamo un tiranno con la nostra stessa paura.

Liberiamoci dalla paura e saremo liberi di scegliere un confronto utile per conoscere e riconoscere, senza rischiare di diventare un contenitore di sapere altrui tra scienziati e stregoni e fra politici opportunisti e politici che cercano di fare la cosa giusta.

L’intelligenza individuale è la fucina di quella libertà che rappresenta solo l’opportunità per praticare l’intelligenza stessa, condividendola con chi è padrone del proprio cervello ma per essere tali occorre nutrirlo di cultura e non solo di sapere.

Per elaborare il trauma del 2020 potremmo finalmente capire che siamo dei singoli individui che formano un insieme e, non, una massa di persone assemblata insieme da una guida che temiamo o che veneriamo in base al momento ed alle paure.

Singoli individui che hanno scelto, ognuno come desidera, di vivere in una comunità sociale e, non, forzati a stare insieme da un tiranno feroce come invece vogliamo credere per giocare ai ribelli.

Compreso che il mondo è dentro di noi, possiamo dedicarci alla nostra solitudine senza più temerla e trasformandola in una opportunità di confronto senza perdere noi stessi, ovvero senza appecoronarci a chi sembra manifestare un potere solo perchè ulula, trovando nelle tante pecore il consenso e nei pochi individui autonomi di pensiero la capacità di riconoscere un “lupo di lana” quando lo vede.

Diventiamo padroni della nostra paura e saremo liberi, riflettendo su cosa possiamo fare per contribuire a sconfiggere questo momento, alleandoci ad una politica che gestisce la vita pubblica con quel senso critico tipico dell’intelligenza, costruttivo quindi e non con lo stomaco del fastidio di non poter fare come ci pare.

Che il 2021 sia affrontato con il desiderio di aprire la gabbia nella quale ci siamo chiusi, dando spazio agli altri da noi, a quell’empatia che non richiede i sentimenti ma la capacità di sentirci parte di un unico insieme, altrimenti è solo massa che spinge e, prima o poi, qualcuno finisce schiacciato…