due parole sul senso di colpa per non essere stato capace di proteggere mia figlia…

Ci sono momenti in cui le complicanze del danno assonale patito da Matilde si manifestano pur nella loro forma meno grave, in particolar modo tramite gli episodi di midriasi e di ptosi e gli sbalzi di umore, un improvviso aumento dell’aggressività ed altre espressioni di un qualcosa che è in quel momento padrone di mia figlia e che sembra portarla “in un altro mondo”.

Siamo sereni nel non vittimizzare questi eventi e nel non considerare Matilde una vittima ma non nego il senso di impotenza che provo, il quale non mi impedisce di agire quanto nelle mie risorse ed insieme a mia moglie Sara supportiamo Matilde nel corso di queste che definiamo essere delle “crisi” che certamente incidono in tutti noi, specialmente nel vederla allontanarsi dal presente e preoccupati di ciò che potrebbero rappresentare la midriasi e la ptosi in una lesione cerebrale.

Inoltre, da quando dopo oltre un anno e mezzo dall’evento, abbiamo chiuso il cerchio comprendendo infine le dinamiche della caduta, causata da un soggetto che stava monitorando casa nostra e nel trovarsela davanti è fuggito via spingendola e colpendola al volto facendole violentemente cadere e battere la testa, il senso di colpa che provo si è alimentato tanto da confondersi con la rabbia.

La rabbia è verso me stesso, non nei confronti di quelle “ingerenze” che riferiscono agli eventi giuridici in cui ho assunto l’ufficio di testimone, rabbia che rappresenta l’elaborazione della sofferenza che provo nel non essere riuscito a proteggere mia figlia, conoscendo bene gli indici di rischio che gravavano su di noi.

Razionalmente riesco a gestire queste emozioni ma inevitabilmente assumono un aspetto somato-forme che di tanto in tanto si manifesta, in particolar modo nella mia già malconcia schiena.

Non è orgoglio ma il pensiero che abita in me e con cui faccio i conti molto spesso, il senso di colpa con il quale convivo da tempo e che debbo riuscire a gestire per non esserne succube.

Sarebbe fin troppo facile identificarmi nell’uomo forte con un passato da combattente o nella icona dell’ex parà oppure nei rischi vissuti nei paesi bellici in cui sono stato, ma sarebbe solo una ardita ipocrisia per non affrontare la realtà con cui invece mi specchio tutti i giorni.

Sapevo di aver messo a rischio la mia Famiglia sin da quando puntarono una apparente arma contro il viso di mia moglie, o quando tentarono di sfondare la porta di casa in più occasioni, come ero cosciente di questo nel momento in cui ho rinunciato ad una velata proposta di aderire ad un programma di protezione o nel rifiutare le offerte di compromesso e di mediazione da parte della cosiddetta controparte ma in questo caso avrei dovuto rinunciare ai miei valori, gli stessi con cui cresco i miei figli.

Mi chiedo quindi se sono stato spavaldo oppure se tutto questo è il prezzo da pagare per restare autonomo, libero, anche di fronte ai rischi in un paese in cui i fatti nei quali sono coinvolto riferiscono agli storici personaggi nello Stato ancora ignoti ma responsabili dei depistaggi e delle ingerenze di cui possono disporre grazie all’abuso del proprio ruolo per condizionare la vita di chi credono possa essere un loro problema.

Non posso nemmeno attribuire a questi soggetti la responsabilità totale, se non nell’aver causato il trauma, perchè come ho detto ho il dovere di proteggere i miei figli e vedere Matilde con tutto quel sangue, poi il coma e la rianimazione mi ha posto di fronte a tutta la mia debolezza e vulnerabilità.

Il senso di colpa assume così una intelligente forma di quesiti intrusivi per i quali non sempre ho una risposta razionale, subendone i vuoti ed appunto cercando di riuscire a gestirli per non trasformarli in un problema secondario, lasciandogli sostanzialmente la mia schiena in ostaggio.

Siamo una Famiglia unita, non temiamo il concetto di morte ma il pensiero della violenza agita contro una bambina pone in discussione il nostro spirito pacifista e di resilienza. 

Sono consapevole che chi ha spinto Matilde non aveva l’intenzione di creare un danno del genere, se l’è trovata davanti ed è fuggito ma il problema consiste nel fatto che non dovrebbero esserci dei soggetti intenti a monitorarmi e la periodica tutela poi avuta da carabinieri è stato solo un gentile gesto che apprezzo ma anche questo è un simbolo e non una soluzione.

Temo quindi la mia reazione più che una prossima azione ostile, temo di perdere quell’equilibro che faticosamente riusciamo ad avere io e Sara, sul quale si basa tutta la nostra numerosa Famiglia.

Facile sarebbe strumentalizzare il trauma di Matilde e partire per la guerra contro i responsabili, oppure prendermela con lo Stato o vittimizzarci a tal punto da perdere noi stessi, altrettanto facile sarebbe iper-proteggere la mia Famiglia ma impedendo così di vivere la nostra energia.

Ho scelto insieme a mia moglie di sposare la normalità come reazione a tutto questo, il non farci cambiare in nulla se non negli abituali accorgimenti di sicurezza, coscienti però che la controparte non è un delinquente qualsiasi ma gente che ha operato nei corpi dello Stato e sostanzialmente dei miei ex colleghi, ben ne conosco le capacità offensive quindi ma tutto in realtà si basa su di una annosa “guerriglia psicologica” che ha avuto in questo episodio una smagliatura non preventivata, come direbbe un mio ex comandante; inoltre c’è stato chi ha poi avvicinato mia moglie chiedendo scusa per quanto accaduto, fatto che dovrebbe rasserenarci per il futuro secondo questi.

Rimane in me il senso di colpa di vedere Matilde diversa, fortunati nella entità moderata del danno assonale ma comunque coscienti che subisce un qualcosa che ha cambiato in parte la sua vita e che, questa è la trappola dei trauma di questo tipo, potrebbe evolversi in mille modi diversi vincolandoci così ad un costante monitoraggio, come i periodici episodi di midriasi e di ptosi oltre alle visite mediche, la diagnostica e le consulenze degli specialisti.

Riprenderò la mia schiena senza scomodare le teste di cuoio ma tramite una lunga negoziazione con il senso di colpa, contro il quale agire la mia intelligenza nel subirlo e non delle stupide reazioni per camuffarlo…