come nasce la scelta di essere dei “vanlifers”…

Era l’estate del 1987, dei militari americani della base di Camp Darby mi prestarono il loro furgoncino VolksWagen T2 che uno di questi si portò dalla caserma in Germania dove erano stanziati, vennero a Tirrenia al “bagno dell’ameriani” (american beach) per trascorrere qualche settimana di vacanza con le loro famiglie proprio al campeggio di Camp Darby, base che frequentavo sin da quando ero entrato in carriera militare nel 1985.

Erano tre reduci del VietNam che restarono nell’esercito dopo la guerra e li conobbi nell’ambiente militare tra paracadutisti, avevano tutti intorno ai 35 anni e per me che allora ne avevo meno di venti rappresentavano una sorta di esempio di quel che avrebbe dovuto essere il lavoro che scelsi, anche se poi ho lasciato l’uniforme.

Avevo nel 1987 la vespa “Piaggio 125 ET3 Primavera” di mio fratello che mettevo dentro il furgone durante gli spostamenti tra casa mia a Livorno e Camp Darby ma pian piano che guidavo quel lento ampio van mi sono innamorato di quel tipo di mezzo che offriva tutto in poco spazio.

Gli anni ottanta sono stati quelli di transizione tra i precedenti anni settanta ed il futuro tecnologico che dalla metà degli anni novanta non si è più fermato, nel corso dei quali ho vissuto la mia crescita spostandomi molto sia per ragioni di servizio che per altri motivi che nel corso della pubblicazione del Blog meglio approfondirò.

Quando giunsi negli USA nel 1990 ho potuto vivere le sensazioni dei “vagabondi” che leggevo nei libri o vedevo nei film, legati all’epoca dei primi anni settanta americani in stile figli dei fiori per quanto fossi in quel periodo meno pacifista di loro, atteso che avevo scelto le armi per lavoro ed ero stato nei paracadutisti, per questo affittai un van Dodge e dalla California raggiunsi il Messico insieme a degli amici di San Diego.

E’ stata una esperienza educativa, soprattutto per comprendere la differenza tra il simulare quello stile di vita ed amarlo realmente, tra l’interpretazione della libertà che il viaggiare può offrire e le frustrazioni mai elaborate che molti si portano dietro ovunque vadano, con o senza un furgoncino caratterizzante.

Questi amici americani erano dei surfisti e mi introdussero alla bellezza di questo sport che in realtà non ho mai imparato ma ne ho amato l’atmosfera che regalava bei momenti di convivialità e di reciprocità, in tempi in cui non c’era internet o telefonini ed il rapporto era molto più personale sia con la gente che con il mare e l’ambiente. Preferivo nuotare che surfare ed ancora oggi nuoto perchè non riesco a gestire una tavola da surf mentre i miei figli sembrano essere più capaci di me.

Ormai nel 2021 tutto questo appartiene ai racconti di gioventù ma lo stile di vita che ho assunto insieme a mia moglie ed ai nostri quattro figli è lo stesso, ovvero quello itinerante a bordo del nostro VanPiselli, sempre degli anni ottanta ma grande abbastanza da contenerci tutti ed offrirci lo spazio necessario per pernottarvi serenamente e viaggiare comodi.

In realtà, come accennato nella pagina che descrive di chi siamo, io e mia moglie Sara ed il cane Lucky abbiamo iniziato il viaggio nel 2010 a bordo di un Transit del 1985 che ho camperizzato artigianalmente, nel corso del quale i nostri figli sono progressivamente nati in quattro diverse località perchè viaggiare non significa raggiungere un posto dopo l’altro o collezionare dei selfies con i cartelli stradali bensì fermarsi nei vari luoghi e viverli per qualche tempo, per farli diventare parte di noi ed imparare dalla cultura locale oltre che coltivare le opportunità di lavoro sul territorio, anche affittando delle case o vivendo all’interno di residence ed agriturismi, oppure tornare nelle famiglie di origine per qualche tempo.

Viaggiare e vivere viaggiando rappresenta uno stile di vita che non è necessariamente solo per i ricchi che se lo possono permettere (forse non a bordo di un van) o esclusivamente per i “poveri” che hanno solo quello, è anche una scelta compiuta da persone del tutto integrate nella società, formate e qualificate che per ragioni varie decidono di cambiare radicalmente vita e diventare itineranti.

Le nostre ragioni, oltre alla passione per il viaggio e gli sport in natura, sono state anche quelle legate alle complicanze della mia precedente attività sia militare che in collaborazione con le altre amministrazioni dello Stato, soprattutto dopo che ebbi ad assumere l’ufficio di testimone in una inchiesta che ha dato vita ad altre inchieste che adombravano l’esistenza di strutture clandestine nel periodo della mia carriera ed abbiamo per questo patito alcune ingerenze talvolta feroci che, alla fine, hanno accellerato la scelta di “mollare tutto” e diventare itineranti ma, anche su questo, i progressivi articoli del Blog meglio spiegheranno gli eventi.

Siamo diventati così una Famiglia itinerante che viaggia lentamente, ora in possesso di una casa sperduta in una piccolissima borgata montana in cui tornare e dalla quale ripartire (covid permettendo) che ha scelto di vivere in modo meno convenzionale ma non per questo fuori dalla società, forse più distanti dalle cose futili delle comunità stanziali ma certamente coscienti di far parte di un mondo e, non, di fuggirlo.

Il van rispetto al camper è certamente meno comodo ma più agile, magari non il nostro effettivamente datato e senza servosterzo, però consente di andare ovunque e di modularlo in base alle nostre necessità.

Gli accessori di viaggio sono quelli indispensabili per essere autonomi come un valido pacco batterie e la fonte di energia  e di accumulo che può essere solare, i letti ed un bagno, il riscaldamento e la cucina oltre ai tavoli trasformabili e lo spazio per tutto il resto che, con quattro bambini, richiede la capacità di EtaBeta.

Il nostro VanPiselli è ancora in fase di camperizzazione e visto le limitazioni dovute al covid, mi sono preso il tempo necessario per dargli una sistemata in attesa di riprendere il viaggio.

I vanlifers incontrano spesso i fulltimers, ovvero i camperisti che vivono in viaggio tutto l’anno a bordo del proprio mezzo, ma questo mondo non ha una sola caratteristica o una identificazione tout court ma è rappresentato da tante diverse personalità e personaggi; dagli “anziani” che provengono proprio dagli anni settanta fino ai più giovani che in qualche modo cercano di imitarli, poi ci sono coloro che vivono lo sport ed usano il van per coltivare la propria passione come molti surfisti e quelli come noi, delle intere famiglie che viaggiano per periodi medio lunghi, alcune di queste anche a grandi distanze.

Per quanto ci riguarda siamo meno inclini alle “indianate” della gioventù e più protesi ad una riservatezza che non esclude il confronto con gli altri viaggiatori specialmente se sono delle famiglie, meno ci vedrete intorno ad una “canna” o bottiglie di birra proprio per lo stile di vita che ci vede sportivi e salutisti ma non fanatici in tal senso, non amiamo il fumo in ogni sua forma e purtroppo sono sostanzialmente astemio perchè se bevo anche qualcosa di poco alcolico mi ubriaco.

La scuola è un argomento di grande interesse per gli altri vanlifers, noi dopo la scuola pubblica abbiamo scelto la formula della educazione parentale pur non avendo nulla in contrario alla scuola ordinaria, lo abbiamo fatto per opportunità rispetto alle esigenze di Matilde dopo il trauma che ha patito e certamente ci aiuta nel nostro viaggiare, quando potremo tornare a farlo.

Nel frattempo sia Matilde che Fabio Massimo studiano il programma della quarta elementare, Edda si approccia alla prima mentre Francesca Romana si gode i suoi diciotto mesi coccolata da tutti noi.

Per quel che riguarda il lavoro, cerchiamo di portarcelo dietro lavorando on line come educatori pedagogisti senza rinunciare alle opportunità che trovo nei vari territori, dalla gestione degli agriturismi o dei babyclubs o centri sportivi sfruttando i vari brevetti, fino alla gastronomia grazie ad un diploma di cuoco di comunità.

Viaggiare e studiare mi ha consentito in oltre trentacinque anni di imparare più lingue e di spendere la polivalenza per compensare i momenti magri, perchè i costi sono simili a quelli di una vita stanziale e, come molti altri padri di prole numerosa, occorre darsi da fare.

Incontro di tanto in tanto delle giovani coppie di ragazzi che hanno comprato un più moderno furgoncino e vivono i loro momenti di felicità viaggiando, ora in modo molto più semplice di un tempo grazie alla rete, basta pensare a quanto spendevo di telefono per chiamare casa dall’estero e specialmente dall’Africa o dall’Asia negli anni in cui già trovare un posto telefonico pubblico in alcune sperdute località era una avventura.

I bambini traggono numerosi vantaggi da questo tipo di vita ed escluso i momenti brutti dovuti alle ingerenze alle quali ho accennato, una delle quali ha causato la lesione cerebrale di Matilde, sono numerosi i vantaggi rispetto alle difficoltà del viaggiare che certamente incontriamo.

Porto l’esempio dei miei figli come quello di bambini che socializzano con persone di ogni razza lingua e colore, abituati alla praticità rispetto che al superfluo, innamorati del mare e della montagna, degli spazi liberi, dello sport e del gioco senza ansia o iperprotettività ma con i nostri occhi attenti e la guida nell’introdurli agli sport in mare in particolare, senza imposizione, con i loro tempi.

Bambini che non rispondono mai alla domanda “di dove sei?” se non con i luoghi di nascita o quello di residenza, perchè in Italia la residenza è obbligatoria e non basta il domicilio come all’estero. Incontriamo spesso la curiosità e talvolta anche la diffidenza delle persone “normali” che ci osservano da un lato meravigliati della nostra serenità e dall’altro scettici verso il nostro stile di vita.

Per questo la comunità dei vanlifers tende a fare gruppo pur nel rispetto delle distanze, perchè si riconosce nello stile di vita e supera quegli sguardi a volte fastidiosi come chi ci osserva con gli occhi della supponenza.

Quel che posso serenamente affermare rispetto a questo stile di vita è il basso indice di conflitti e di aggressività di chi ne ha sposato la filosofia, molti sono invece i sorrisi ed i saluti “gratuiti” specialmente con gli stranieri ma anche gli italiani stanno imparando a farlo.

Stile che richiede un buon grado di elasticità mentale e di adattabilità oltre al saper affrontare dei momenti di emergenza che, negli ultimi anni, si sono manifestati con il forte maltempo in particolare.

Occorre perciò sapersi attrezzare anche con gli strumenti della sopravvivenza e del primo soccorso, oltre che formarsi in tal senso, ovvero saper agire in completa autonomia in caso di emergenza ed in attesa dei soccorsi che, in alcune località estere, richiedono anche una assicurazione per non ritrovarsi a dover pagare delle salate fatture.

Uno stile di vita che consente di vivere appieno la relazione familiare, il rapporto con i figli e tra noi genitori, senza il rischio di diventare simbiotici ma con la piena consapevolezza che il VanPiselli lo possiamo sempre parcheggiare per il tempo necessario per vivere la casa, la comunità stanziale oppure per soddisfare le esigenze dei figli se non possiamo farlo in modo itinerante.

Essere dei vanlifers significa soprattutto sapere quando fermarsi e, non, viaggiare ad ogni costo.

Nella nostra collezione dei furgoncini che abbiamo posseduto, il VanPiselli rappresenta quello più grosso ma il meno potente, pian piano lo accessorierò con il necessario per riprendere a viaggiare, sperando che questa pandemia termini presto.

Nel frattempo auguro ed auguriamo un sereno 2021 a tutti e specialmente a coloro che vorranno diventare dei vanlifers, fosse anche per il solo fine settimana…

Fabio